STALKING

Iniziamo a mettere a fuoco la fenomenologia dello Stalking attraverso i vari elementi che lo caratterizzano:
deve essere presente un attore, il molestatore assillante, che inizia a mettere in scena una serie ripetuta di comportamenti intrusivi ed invadenti di vario genere, una vittima che vive tutto questo con estremo fastidio e con uno stato di allarme continuo.
Possiamo parlare di Stalking, quando i comportamenti del molestatore assillante sono minacciosi e intimidatori e quando questo comporta l’incapacità della vittima di riuscire a fermare questa ossessiva attività di violazione della sua vita privata. Quindi con il termine Stalking si vuol significare un’ insieme complesso e organizzato di azioni con cui un soggetto, lo stalker perseguita un altro soggetto, la vittima, con continue e indesiderate azioni intrusive che possono essere verbali e non verbali in tale misura da innescarle una condizione di ansia e paura.1
Questi comportamenti finalizzati alla violazione dell’intimità della vittima possono essere di tre diverse tipologie:
le comunicazioni indesiderate: possono essere rivolte direttamente contro la vittima o indirettamente agite contro familiari o amici della stessa e si concretizzano sotto forma di lettere, telefonate,. Sms, e-mail;
i contatti indesiderati: hanno la finalità di avvicinare la vittima e si manifestano attraverso i pedinamenti, appostamenti, con il molestatore che si presenta alla porta della vittima o che si reca negli stessi luoghi frequentati dalla vittima o nello svolgere le sue stesse attività;
i comportamenti associati: sono comportamenti finalizzati a dimostrare alla vittima di avere l’assoluto controllo della sua vita e si manifestano con comportamenti che la danneggiano, come quando lo stalker opera dei sabotaggi sulla sua carta di credito, o che la infastidiscono, come quando lo stalker le invia o le fa recapitare qualcosa anche ad orari inusuali.
Nella letteratura internazionale non vi è una concordanza tra i vari studiosi che si occupano del fenomeno sulla definizione dello stalking, qualcuno dirige maggiormente l’attenzione sui comportamenti del molestatore, altri, invece sottolineano l’importanza del vissuto manifestato dalla vittima. Inoltre bisogna anche considerare la difficoltà intrinseca al fenomeno stesso che si permea in sé di comportamenti che fino ad un certo punto sono anche accettati socialmente, per esempio, il corteggiamento, e altri che invece sono caratterizzati da comportamenti che provocano dei disagi clinicamente significativi sulla vittima e che hanno anche caratteristiche di illegalità, questi diversi comportamenti coesistono e molto spesso è difficile delinearne il confine.
A partire da queste considerazioni, quindi, assume ancora più rilevanza una chiara definizione del fenomeno per poter agire in maniera efficace sullo stesso e per contenerne gli aspetti distruttivi che possono anche sfociare anche nell’omicidio. Per la sua identificazione è fondamentale considerare tutti quei comportamenti di fastidio, molestia, tormento, turbamento e vessazione che vengono tradotti nel termine harassment e che rappresentano un indicatore fondamentale per poter circoscrivere una fenomenologia comportamentale che se non fermata potrà tradursi in comportamenti violenti quali aggressioni fisiche, atti vandalici e, come già anticipato, anche l’omicidio. Per il molestatore assillante la sua vittima rappresenta la sua ossessione, tutto nella sua vita ruota intorno a lei e al suo rifiuto. Ha cercato di conquistarla, o, se si tratta di una sua o di un suo ex, di riconquistarli, e al loro rifiuto inizia a manifestarsi in lui un insopportabile stato di frustrazione che provoca e alimenta una forte rabbia narcisistica, lo stalker, infatti, non può proprio prendere in considerazione questa possibilità e farà di tutto per avere il controllo assoluto sulla sua vittima e per possederla completamente.
Se credi di essere o se sei vittima di stalking contattami al più presto. Non sottovalutare la situazione e le conseguenze che questa potrebbe avere sul tuo equilibrio psicofisico. La manipolazione alla quale sei stata sottoposta, il continuo stato di allarme, l’insidia continua, le molestie etc possono portare a dei disagi clinicamente significativi, inoltre, il rischio per la tua incolumità fisica è concreto e quindi bisogna agire tempestivamente. Se purtroppo la tua situazione è già degenerata e hai già subito aggressioni fisiche o altro un intervento psicologico clinico e psicoterapeutico potrebbe rivelarsi indispensabile. Perciò non esitare e contattami attraverso il form messo a tua disposizione o attraverso i recapiti che trovi all’interno del mio sito. Esci dalla condizione di vittima e reagisci, riconquista la tua libertà e torna ad essere padrona della tua esistenza.

Di seguito vi invito a leggere un mio scritto. L’occasione è stata la collaborazione con due bravissimi artisti che hanno rappresentato, attraverso il movimento corporeo, le dinamiche perverse dell’amore che incatena e che soffoca a sé la volontà dell’altro. Ne è seguito un mio intervento e insieme poi abbiamo sviluppato un interessante e altrettanto stimolante dibattito con alcune classi delle scuole superiori.

AMORE INCATENATO

Amore incatenato, la mirabile rappresentazione che ci hanno offerto i nostri artisti attraverso le efficaci suggestioni del movimento corporeo e della comunicazione non verbale, è anche una definizione molto precisa per descrivere tutti quei contesti relazionali dove, ad un certo punto della storia di coppia, si innesca una perversa metamorfosi. Quella che prima, almeno in apparenza, sembrava essere una relazione d’amore, adesso diventa una relazione caratterizzata dal potere e dalla sopraffazione e dal bisogno di incatenare l’altro e di avere su di lui il controllo assoluto.5
Iniziamo a chiederci il perché di tutto questo. Innanzitutto, una premessa è d’obbligo: quello che accade è il frutto di un percorso, il cui inizio possiamo collocarlo fin dal primo incontro, questo perché, se non ci approcciamo al fenomeno in termini di processo, rischiamo di perdere di vista la complessità del tutto. Inoltre, sempre nel rispetto della complessità, non possiamo che approcciarci allo stesso fenomeno considerandolo come sistema relazionale, dove sono in gioco due entità individuali che, interagendo nella relazione, creano qualcosa che va oltre l’individuo singolo, creano qualcosa di molto più complesso e variegato.
Vediamo quindi che, tenendo ben presente il percorso, tenendo ben presente la complessità della relazione e le forze che in essa si scateneranno, quel percorso, la cui evoluzione non è certamente lineare bensì circolare, ha il suo inizio molto tempo prima che quei due individui si incontreranno e determinerà l’impronta particolare che caratterizzerà quella determinata coppia.
Ormai, dopo moltissimi anni di ricerche e studi scientifici in merito, è abbastanza assodato che gli individui, nelle relazioni affettive che vivranno nel corso della loro esperienza di vita, porteranno un bagaglio esperienziale ben più antico e che vede il suo inizio fin dai primi legami di attaccamento nelle prime fasi dell’esistenza umana.
Permettetemi, a questo punto, un breve ma necessario inciso, che ci permetterà di comprendere meglio la fenomenologia della coppia, potremmo dire “patologica” e quello che potrebbe accadere poi.
La figura di attaccamento più importante, nella maggior parte dei casi, è sicuramente la madre, anche se, non bisogna dimenticarlo, nello sviluppo emotivo e cognitivo del bambino, avrà una rilevanza fondamentale l’ambiente in cui crescerà considerato nella sua interezza.
Una madre ‘sufficientemente buona’, è una madre in grado di fornire al bambino sicurezza e fiducia in se stesso, questi elementi forniranno una ‘base sicura’ dalla quale partire per esplorare il mondo e fare le proprie esperienze.
Una madre “sufficientemente buona”, è una madre capace di tenere in mente il suo bambino e di riflettere nella sua esperienza, è capace di costruire una rappresentazione mentale del bambino e di considerarlo come un individuo con una vita mentale autonoma. Tale capacità, le consentirà di rispondere in modo sensibile e appropriato ai segnali che il suo bambino le lancerà. In questo senso, il materno sarà in grado di contenere le angosce del suo bambino e di restituirgliele, potremmo dire digerite, trasmettendogli la fiducia nelle sue possibilità di affrontarle, fino a che il bambino non acquisirà, da questa base sicura, le capacità di far fronte da solo, o maggiormente da solo, ai momenti di maggiore difficoltà che incontrerà. In questa relazione di reciprocità e di attaccamento sicuro, il bambino acquisirà gradualmente la capacità di immaginare, a sua volta, lo stato mentale dell’altro e in questo modo, potrà anche immaginare che, il rifiuto da parte della figura di attaccamento, è possibile che non sia dipesa da lui, dai suoi difetti od errori ma dal funzionamento dell’altro e in questo senso, l’esperienza del rifiuto, verrà maggiormente tollerata emotivamente e sarà più comprensibile. (A tal proposito permettetemi un salto in avanti e vi prego di tenere a mente quanto ora vi dirò nel momento in cui andremo ad esplorare ed analizzare gli sviluppi futuri. Quindi, alla luce di questa premessa, immaginatevi uno dei due, nell’ambito di una relazione, che dice all’altro: “ Scusa tesoro, stasera un’amica/o che non vedevo da tanto tempo mi ha invitata all’inaugurazione di una mostra, sai quanto mi piaccia la pittura, so che dovevamo vederci ma…” La persona sicura di se non vivrà male questa circostanza, certo, avrebbe voluto passare la serata con l’altro ma comprende ed accetta che l’altro può avere desideri e bisogni che possono non coincidere con i suoi e che questo non significa che non vuole stare con lui/lei ma che sceglie di passare la serata in un altro modo, non perché la preferisce e non gli piacerebbe stare con il partner ma è stata solo un’occasione; se questo è possibile, cioè se c’è la possibilità di scegliere, ci sarà anche il piacere a tornare dall’altro e il desiderio, perché, non dimenticatelo mai, il desiderio e l’eros nel suo significato più ampio, viene alimentato dallo spazio di assenza dell’oggetto desiderato, un oggetto che la persona sicura di sé si porta dentro e quindi ha la possibilità di poter vivere anche la lontananza; per la persona insicura invece, questa circostanza diventa un incubo, c’è un ‘immediato cambiamento di umore al quale segue l’innalzamento dell’irritazione che arriva a sfociare molte volte in rabbia e subentrano le classiche situazioni di ‘gelosia’ e le domande ossessive che ne seguono tanto che poi l’altro molto spesso rinuncia, magari passare la serata insieme con il partner ma vi potete immaginare con che stato d’animo una serata che finirà molto spesso con una litigata ancora peggiore e tutto questo nel tempo avvelena irrimediabilmente la relazione. La persona insicura è spaventata da questa circostanze perché ha un continuo bisogno di essere rassicurata, lui esiste e può immaginarsi soltanto come simbiosi, come entità indissolubile con l’altro che non è l’altro ma solo un’appendice di se stesso, perché se non viene rassicurato teme che l’altro possa abbandonarlo, scomparire, l’altro fondamentalmente, per la persona insicura è un oggetto persecutorio nel caso in cui non sia completamente buono, rassicurante, l’oggetto d’amore è o completamente buono o completamente cattivo, non ci possono essere zone grige, vige un funzionamento o o non e e, quindi l’oggetto d’amore deve essere continuamente controllato e manipolato alle proprie impellenze e insicurezze emotive. Apparentemente questi soggetti potrebbe sembrare estremamente sicuri ma se uno li osserva bene o è allenato all’ascolto, si renderà conto che la loro è solo apparenza, che la loro sicurezza in realtà è solo rigidità, la persona sicura puo avere dubbi, loro invece sono o diventano arroganti e prepotenti perché non possono permettersi dubbi, non possono mettersi in discussione perché altrimenti andrebbero in mille pezzi. Ma torniamo un attimo indietro.)
Nelle relazioni di attaccamento simbiotiche, tutto questo non è possibile. L’altro, il bambino, non può essere immaginato, né tanto meno percepito, come altro da sé, differenziato, perché questo provoca nella madre angosce di separazione insopportabile, la madre non riesce a contenere le angosce del bambino perché è completamente impegnata ad utilizzare la relazione con lui per esorcizzare le proprie, in questi casi, perversamente, è il bambino che dovrebbe tollerare quelle della madre, nelle fantasie distorte di questo genitore disfunzionale soltanto creare un’isola felice e isolata dal resto del mondo è rassicurante. Potete immaginare questo quali esiti potrebbe avere nel futuro sviluppo del bambino stesso.
Uso per correttezza scientifica il condizionale, in quanto, come ci ricorda Bowlby, il fondatore della Teoria dell’Attaccamento, “ogni esito è sempre il prodotto congiunto della storia precedente e delle circostanze attuali vissute.
Però, date queste condizioni originarie di attaccamento disfunzionale, se nel corso dello sviluppo dell’individuo, non ci saranno delle importanti esperienze ‘riparative’, gli esiti potrebbero volgere anche nella direzione della psicopatologia con la manifestazione, in certi casi, anche di gravi disturbi di personalità, quali quello borderline, caratterizzato, tra le altre cose, anche da un grave discontrollo delle emozioni e da una reiterata tendenza all’acting out.
Questo tipo di sviluppo avrà la sua importanza e peserà nelle esperienze relazionali. Questa tipologia di individui vivranno bene la relazione finché questa sarà rassicurante. Dirò di più, con modalità subdole e quasi impercettibili, tenderanno a strutturare la relazione alla luce di un determinato copione. Le loro angosce di separazione li costringeranno a riproporre un antico copione e la simbiosi sarà l’effige con la quale marchieranno la relazione stessa: solo loro due, un’isola felice, a difendersi dal resto del mondo persecutorio e pericoloso. Fuori da quell’isola felice, per quegli individui, ogni esperienza che il partner potrebbe fare, diventa un potenziale rischio e una minaccia incombente a quello stato di simbiosi e per immunizzarsi da questo rischio tenderanno ad isolare il partner sempre più fino a rendergli la vita impossibile, considerando che, tra l’altro, la gelosia di questi individui è a dir poco patologica, tanto da diventare a tratti anche delirante, per meglio dire, arriveranno a vedere e a sospettare come minimo, tradimenti in ogni momento senza avere la minima prova che questo sia avvenuto veramente. Quando l’altro componente della coppia si ribellerà a tutto questo, e il famoso copione rischierà di saltare, questi individui impazziscono e faranno di tutto per conservare lo status quo. Giureranno e spergiureranno di cambiare, lo faranno più e più volte, anche quando le speranze di cambiamento saranno state disilluse e infrante da miriadi di tentativi pregressi, anche quando l’altro non ci crederà più e a ragione, perché ahimè, questi individui non cambieranno mai, perché la stragrande maggioranza delle volte non hanno la minima capacità di rifletter su se stessi, capacità che, come abbiamo visto, non hanno acquisito nelle prime esperienze di vita in relazione ad una madre incapace essa stessa di riflettere, di conseguenza non avranno, essendo profondamente insicuri, la benché minima possibilità di rimettersi in discussione e magari di chiedere aiuto, la responsabilità non risiede in loro, la colpa è dell’altro che non è in grado di amarli, che è egoista, che pensa solo a se stesso che non gliene frega niente di loro; le cose, invece, sono completamente distorte nella loro mente nella quale risiedono delle credenze e delle attribuzioni di significato della relazione che sono influenzate e condizionate da una visione ad imbuto e unidirezionale perché malata. Sappiamo che l’amore autentico, invece, deve essere sempre una scelta, né completamente con te, né completamente senza di te, una relazione sana è una relazione che tollera la separazione, anzi, una relazione è sana se fa della separazione un ingrediente fondamentale del rapporto, perché solo con la separazione ci potrà essere l’incontro, il confronto e il rispetto degli spazi delle reciproche individualità; tutto l’opposto della relazione simbiotica e confusiva dove invece alberga la stagnazione e la morte di qualsiasi possibilità di sviluppo, perché questo tipo di relazione teme la crisi, mentre la relazione sana sa anche vivere la crisi e l’accetta come possibilità di crescita all’insegna di un flusso vitale che permette attraverso la relazione anche l’autorealizzazione personale.
Quando ad un certo punto l’individuo più sano ed equilibrato deciderà di interrompere la relazione potrebbero innescarsi delle reazioni anche molto violente: sappiamo che i fenomeni di persecuzione, il cosiddetto stalking, nasce da questo tipo di circostanze, persecuzione che potrebbe diventare intollerabile per il perseguitato; il persecutore non accetta la separazione, l’altro è suo e di nessun altro senza l’altro vivere non è più possibile, il mondo gli crolla addosso, questi individui non sono in grado di tollerare la benché minima frustrazione ai loro bisogni e desideri e questa organizzazione di personalità e questa distorsione della relazione potrebbero avere anche degli sviluppi drammatici.
Purtroppo non ci stiamo inventando niente, la cruda realtà è testimone di quanto sto testé affermando, episodi noti a tutti e che hanno sconvolto anche il nostro territorio sono la conseguenza di quel processo che vi ho cercato di descrivere e che in queste drammatiche circostanze può anche esplodere nel cosiddetto omicidio passionale: “o mia o di nessun altro”, il potere assoluto sull’altro.

GASLIGHTING

Per descrivere la fenomenologia , gli aspetti psicologici e psicopatologici e la psicodinamica della relazione perversa che caratterizza questa condotta manipolatoria voglio citare parte di un articolo del Dott. Giancarlo Salvadori, sovrintendente della Polizia di Stato ed esperto di Scienza dell’Investigazione con molta esperienza sul campo rispetto a questo tipo di relazioni patologiche:2
“C’è una violenza che non ha scoppi d’ira, al contrario, è muta, insidiosa, fatta di silenzi ostili alternati a motti pungenti. E’ una forma d’abuso antica, perpetrata in modo particolare tra le “sicure” mura domestiche, che lascia profonde ferite psicologiche. Con il presente contributo ho voluto fornire una panoramica generale sugli aspetti psicologici del gaslighting e, in maniera particolare, analizzare l’aspetto giuridico del fenomeno, cercando di offrire indicazioni operative alle vittime di tale condotta.

Gli aspetti psicologici del gaslighting
Il Gaslighting è una tecnica di crudele ed infida manipolazione mentale. Il termine è derivato dal titolo del film “Gaslight” (1944) del regista americano Georg Cukor, uscito in italiano con il titolo di “Angoscia” e tratto dalla pièce teatrale “Angel Street” di Patrick Hamilton (1938), rappresentata in Italia con il titolo “Via dell’angelo” o “Luce a gas”. Si tratta di un melodramma psicologico che narra della vita matrimoniale tra un uomo affascinante ed una bellissima donna. Dopo un periodo felice il rapporto si incrina ed il marito, con una diabolica ed artificiosa tecnica psicologica, alterando le luci delle lampade a gas della casa, spinge la moglie sull’orlo della pazzia. Solo l’intervento di un detective riuscirà a ristabilire la verità, scoprendo che il marito della vittima è uno psicopatico criminale.
Anche il film di Alfred Hitchcock “Rebecca – la prima moglie” (1940), tratto dal romanzo di Daphne du Maurier “Rebecca” (1938), è un chiaro esempio di gaslighting. Una timida ragazza diventa la moglie del vedovo Max De Winter, dopo averlo dissuaso dal suicidio. Nell’antica dimora dove la coppia vive, la nuova signora De Winter si accorge che tutti la considerano inferiore a Rebecca, la prima moglie di Max. In particolare la ragazza è sottoposta ai continui sbalzi d’umore del marito ed alla spettrale presenza della governante, signora Danvers. Quest’ultima, che vive nel ricordo della defunta, sottopone la nuova signora De Winter a continue umiliazioni, tanto da accenderle una sensazione di estraneità e farle nascere intenti suicidi
Il gaslighting è un comportamento che la persona abusante mette in atto per minare alla base la fiducia che la vittima ripone in sé stessa, dei suoi giudizi di realtà, facendola sentire confusa fino a dubitare di stare impazzendo. E’ una subdola azione di manipolazione mentale con la quale il gaslighter, così si chiama l’agente di questo comportamento, mette in dubbio le reali percezioni dell’altra persona, facendola dubitare di se stessa, facendola sentire “sbagliata”.
Non vi sono parole per descrivere la sensazione di morte imminente che prova la persona colpita da questo tipo di maltrattamenti psicologici. Alla vittima è tolta la speranza del domani e ben presto manifesterà problemi psichici e psicosomatici.
In numerosi casi il comportamento di gaslighting è adottato dal coniuge abusante per chiudere rapporti coniugali travagliati dietro ai quali, molto spesso, si celano insoddisfazioni personali e relazioni extraconiugali. Purtroppo la realtà delle famiglie non è quella propinata quotidianamente dalla pubblicità delle merendine.
E’ difficile riconoscere questo tipo di violenza: è insidiosa, sottile, non se ne percepisce l’inizio, a volte è scusata dalla stessa vittima; non si tratta di una deflagrazione d’ira, che almeno è subito identificabile e magari oggetto d’immediata risposta, anche legale. E’ una sottile lama di ghiaccio che s’insinua, molte volte, tra la tranquillità delle mura domestiche. E’ una violenza gratuita e persistente, reiterata quotidianamente che ha la capacità di “annullare” la persona che ne è bersaglio. Si tratta di un vero e proprio lavaggio del cervello, che pone la vittima nella condizione di pensiero di “meritarsi quella punizione”.
Il gaslighting è una forma di violenza che nasce anche all’interno di rapporti precedentemente costruiti sull’amore. Poi, una frustrazione alla quale non si sa adeguatamente reagire e che mette in crisi la sicurezza e la fiducia che ripone in sé il manipolatore e tutto crolla: l’amore diventa maligno, aspro, fa sanguinare il cuore e la psiche della persona colpita dalle molestie. Così come le frecce del mitico Eracle, il gaslighting lascia ferite che nessuno potrà guarire.
– Sei grassa! (magra, brutta, ecc..)
– Scusatela, mia moglie è una deficiente!
– Sbagli sempre tutto! Non ne fai una giusta!
– Ma come non ti ricordi! Me l’hai detto proprio tu!
– Non me l’hai mai detto! Te lo sarai immaginato!
– Le tue amiche sono insignificanti, proprio come te!
– Se ti lascio rimarrai sola per tutta la vita!
Queste sono solo alcune frasi esemplificative dell’atteggiamento tenuto dall’abusante, asserzioni che feriscono l’anima, ancor di più se pronunciate alla presenza d’altre persone. Il gaslighter sa come mettere il sale sulle ferite.
Il persecutore instaura con il suo obiettivo una relazione narcisistico-perversa, “deumanizza” la vittima, la manipola, ottenendone il controllo totale, impedendone separatezza ed autonomia. La persona si troverà imprigionata da questo comportamento e, lentamente, le sue resistenze si affievoliranno sino a scomparire del tutto, diventando inconsapevole complice del suo persecutore.
In questo sprofondamento nell’abisso la vittima attraverserà tre fasi successive:
a) La prima fase sarà caratterizzata da una distorsione della comunicazione. Il perseguitato non riuscirà più a capire il persecutore. I “dialoghi” saranno caratterizzati da silenzi ostili, alternati da piccature destabilizzanti. La vittima si troverà così disorientata, confusa nella nebbia.
b) La seconda fase sarà caratterizzata da un tentativo di difesa. La vittima cercherà di convincere il suo persecutore che quello che dice non corrisponde alla verità; proverà ad instaurare un dialogo, ostinato, con la speranza che ciò serva a far cambiare il comportamento del gaslighter. Il perseguitato si sentirà come investito da un compito basilare: le sue capacità d’ascolto e di dialogo riusciranno a far cambiare il persecutore.
c) La terza fase è la discesa nella depressione. La vittima vedrà piano piano spegnersi il suo soffio vitale, si convincerà che ciò che il persecutore dice nei suoi confronti corrisponde a verità.
Sono classificabili tre tipi di manipolatore:
a) Il manipolatore affascinante. E’ probabilmente il più insidioso, sottopone la sua vittima ad una continua doccia scozzese. Alterna silenzi ostili e tremende pungolature a momenti d’alluvione d’amore. Si può solo immaginare l’atmosfera di disorientamento che pervade la vittima.
b) Il manipolatore bravo ragazzo. E’ un tremendo individualista camuffato da persona prodiga. E’ sempre attento ad anteporre i propri bisogni, il proprio tornaconto personale a quello della vittima, anche se riesce a dare un’impressione opposta.
c) L’intimidatore. E’ il contrario dei manipolatori precedenti e, sicuramente, il più diretto. Non si preoccupa di nascondersi dietro false facciate. Rimprovera apertamente la vittima, così come esplicitamente la maltratta.
Per far comprendere meglio il fenomeno, riporto qui di seguito parte di un articolo apparso su “Polizia Moderna”, rivista ufficiale della Polizia di Stato, che riguarda la storia di una donna vittima di violenze, fisiche e psicologiche, perpetrate dal coniuge. Nel racconto, veritiero, s’intravedono tutte le caratteristiche del gaslighting e dello stalking.
Questa la voce narrante di Marina e questa la sua terribile esperienza: “””Quando l’ho conosciuto pensavo che fosse la persona giusta, avevo ventotto anni ero più che convinta, pensavo che sarebbe stato l’uomo con cui avrei vissuto per sempre. Frequentavamo lo stesso corso di formazione, aveva sette anni più di me e viveva già da solo; è stato facile mettersi insieme, amarsi e decidere di avere un figlio”.
Era difficile allora per me vedere in lui quello che poi si sarebbe rivelato; era un uomo introverso, a parte questo non c’erano segnali evidenti di quello che sarebbe successo. Il bambino è stato voluto da tutti e due; quando gli dissi che era in arrivo sembrava contento ma dopo tre mesi di gravidanza ha cominciato a diventare insofferente e violento. Era iniziata la spirale della violenza, ma allora non potevo saperlo; criticava qualsiasi cosa facessi, e in poco tempo ero completamente condizionata dalla sua persona, dai suoi atteggiamenti e non ero più in grado di pensare liberamente. Solo quando sentiva di esagerare allora piangeva, si pentiva ma era, come poi ho capito, solo per ingannarmi tranquillizzandomi nel caso avessi deciso di reagire. Pensavo che resistendo la situazione sarebbe migliorata, invece ogni mio minimo comportamento o atteggiamento era un modo per denigrarmi, offendermi. Aveva cominciato anche a isolarmi, era infastidito se parlavo con i miei genitori o con i miei amici, ero diventata una sua proprietà, non esistevo come persona. Qualsiasi cosa dicessi non andava bene, mi accusava di non saper fare niente, neanche la madre. Ero sottoposta a un ricatto emotivo continuo: quando piangevo era contento. Poi cominciò con la violenza fisica, ricordo che qualche giorno prima del parto avevo un braccio completamente viola, mi disse di dire a chi avesse chiesto spiegazioni che ero caduta dalle scale.
Il problema della violenza è capire quello che ci sta succedendo: io non comprendevo quanto fosse grave quello che stavo sopportando. Vivevo la paura ma non riuscivo a reagire perché mi sentivo controllata nella mente e anche perché temevo che potesse vendicarsi sul bambino. I miei genitori sapevano tutto, ma non potevano aiutarmi concretamente perché la situazione non era chiara nemmeno a loro; pensavano che vivessi normali conflitti di una coppia. Credo di aver deciso di reagire dopo aver avuto un attacco di panico; in quel momento ho ripensato alle parole che mia madre mi aveva detto tanti anni prima, e cioè che spesso chi è vittima di violenza non sa di esserlo perché ne è troppo coinvolta. Da quel momento ho compreso chi fosse lui, un uomo violento che non potevo amare e che avevo sbagliato la mia scelta. Così l’ho lasciato, sono andata via di casa. Ma le cose sono peggiorate: ha cominciato a pedinarmi, a spiarmi, a telefonarmi a tutte le ore. Continuavo ancora a vivere nella paura. Sapevo perfettamente che non mi avrebbe lasciato in pace, sentivo questa continua pressione su di me. Non perdeva occasione per dirmi che io dovevo stare con lui per sempre, che non potevo sfuggirgli. Finché una sera non ha tentato di ammazzarmi. Allora l’ho denunciato. L’ho fatto anche se non è facile denunciare il padre del proprio figlio, ma non ne potevo più. Le accuse sono state maltrattamenti familiari, porto abusivo d’armi, violenza sessuale; lui mi aveva sempre detto che il suo comportamento era normale, che è così che ci si ama.”””
Gli aspetti psicologici del gaslighting
Il Gaslighting è una tecnica di crudele ed infida manipolazione mentale. Il termine è derivato dal titolo del film “Gaslight” (1944) del regista americano Georg Cukor, uscito in italiano con il titolo di “Angoscia” e tratto dalla pièce teatrale “Angel Street” di Patrick Hamilton (1938), rappresentata in Italia con il titolo “Via dell’angelo” o “Luce a gas”. Si tratta di un melodramma psicologico che narra della vita matrimoniale tra un uomo affascinante ed una bellissima donna. Dopo un periodo felice il rapporto si incrina ed il marito, con una diabolica ed artificiosa tecnica psicologica, alterando le luci delle lampade a gas della casa, spinge la moglie sull’orlo della pazzia. Solo l’intervento di un detective riuscirà a ristabilire la verità, scoprendo che il marito della vittima è uno psicopatico criminale.
Anche il film di Alfred Hitchcock “Rebecca – la prima moglie” (1940), tratto dal romanzo di Daphne du Maurier “Rebecca” (1938), è un chiaro esempio di gaslighting. Una timida ragazza diventa la moglie del vedovo Max De Winter, dopo averlo dissuaso dal suicidio. Nell’antica dimora dove la coppia vive, la nuova signora De Winter si accorge che tutti la considerano inferiore a Rebecca, la prima moglie di Max. In particolare la ragazza è sottoposta ai continui sbalzi d’umore del marito ed alla spettrale presenza della governante, signora Danvers. Quest’ultima, che vive nel ricordo della defunta, sottopone la nuova signora De Winter a continue umiliazioni, tanto da accenderle una sensazione di estraneità e farle nascere intenti suicidi
Il gaslighting è un comportamento che la persona abusante mette in atto per minare alla base la fiducia che la vittima ripone in sé stessa, dei suoi giudizi di realtà, facendola sentire confusa fino a dubitare di stare impazzendo. E’ una subdola azione di manipolazione mentale con la quale il gaslighter, così si chiama l’agente di questo comportamento, mette in dubbio le reali percezioni dell’altra persona, facendola dubitare di se stessa, facendola sentire “sbagliata”.
Non vi sono parole per descrivere la sensazione di morte imminente che prova la persona colpita da questo tipo di maltrattamenti psicologici. Alla vittima è tolta la speranza del domani e ben presto manifesterà problemi psichici e psicosomatici.
In numerosi casi il comportamento di gaslighting è adottato dal coniuge abusante per chiudere rapporti coniugali travagliati dietro ai quali, molto spesso, si celano insoddisfazioni personali e relazioni extraconiugali. Purtroppo la realtà delle famiglie non è quella propinata quotidianamente dalla pubblicità delle merendine.
E’ difficile riconoscere questo tipo di violenza: è insidiosa, sottile, non se ne percepisce l’inizio, a volte è scusata dalla stessa vittima; non si tratta di una deflagrazione d’ira, che almeno è subito identificabile e magari oggetto d’immediata risposta, anche legale. E’ una sottile lama di ghiaccio che s’insinua, molte volte, tra la tranquillità delle mura domestiche. E’ una violenza gratuita e persistente, reiterata quotidianamente che ha la capacità di “annullare” la persona che ne è bersaglio. Si tratta di un vero e proprio lavaggio del cervello, che pone la vittima nella condizione di pensiero di “meritarsi quella punizione”.
Il gaslighting è una forma di violenza che nasce anche all’interno di rapporti precedentemente costruiti sull’amore. Poi, una frustrazione alla quale non si sa adeguatamente reagire e che mette in crisi la sicurezza e la fiducia che ripone in sé il manipolatore e tutto crolla: l’amore diventa maligno, aspro, fa sanguinare il cuore e la psiche della persona colpita dalle molestie. Così come le frecce del mitico Eracle, il gaslighting lascia ferite che nessuno potrà guarire.
– Sei grassa! (magra, brutta, ecc..)
– Scusatela, mia moglie è una deficiente!
– Sbagli sempre tutto! Non ne fai una giusta!
– Ma come non ti ricordi! Me l’hai detto proprio tu!
– Non me l’hai mai detto! Te lo sarai immaginato!
– Le tue amiche sono insignificanti, proprio come te!
– Se ti lascio rimarrai sola per tutta la vita!
Queste sono solo alcune frasi esemplificative dell’atteggiamento tenuto dall’abusante, asserzioni che feriscono l’anima, ancor di più se pronunciate alla presenza d’altre persone. Il gaslighter sa come mettere il sale sulle ferite.
Il persecutore instaura con il suo obiettivo una relazione narcisistico-perversa, “deumanizza” la vittima, la manipola, ottenendone il controllo totale, impedendone separatezza ed autonomia. La persona si troverà imprigionata da questo comportamento e, lentamente, le sue resistenze si affievoliranno sino a scomparire del tutto, diventando inconsapevole complice del suo persecutore.
In questo sprofondamento nell’abisso la vittima attraverserà tre fasi successive:
a) La prima fase sarà caratterizzata da una distorsione della comunicazione. Il perseguitato non riuscirà più a capire il persecutore. I “dialoghi” saranno caratterizzati da silenzi ostili, alternati da piccature destabilizzanti. La vittima si troverà così disorientata, confusa nella nebbia.
b) La seconda fase sarà caratterizzata da un tentativo di difesa. La vittima cercherà di convincere il suo persecutore che quello che dice non corrisponde alla verità; proverà ad instaurare un dialogo, ostinato, con la speranza che ciò serva a far cambiare il comportamento del gaslighter. Il perseguitato si sentirà come investito da un compito basilare: le sue capacità d’ascolto e di dialogo riusciranno a far cambiare il persecutore.
c) La terza fase è la discesa nella depressione. La vittima vedrà piano piano spegnersi il suo soffio vitale, si convincerà che ciò che il persecutore dice nei suoi confronti corrisponde a verità.
Sono classificabili tre tipi di manipolatore:
a) Il manipolatore affascinante. E’ probabilmente il più insidioso, sottopone la sua vittima ad una continua doccia scozzese. Alterna silenzi ostili e tremende pungolature a momenti d’alluvione d’amore. Si può solo immaginare l’atmosfera di disorientamento che pervade la vittima.
b) Il manipolatore bravo ragazzo. E’ un tremendo individualista camuffato da persona prodiga. E’ sempre attento ad anteporre i propri bisogni, il proprio tornaconto personale a quello della vittima, anche se riesce a dare un’impressione opposta.
c) L’intimidatore. E’ il contrario dei manipolatori precedenti e, sicuramente, il più diretto. Non si preoccupa di nascondersi dietro false facciate. Rimprovera apertamente la vittima, così come esplicitamente la maltratta.”

Se leggendo questa sezione ti sei riconosciuto o riconosciuta su quanto descritto ti inviterei a reagire, devi uscire da una perversa condizione di vittimizzazione, devi rientrare in te stessa e tornare ad essere padrona/e della tua vita. Chiedi aiuto, esci dal tuo isolamento, contattami compilando il form a tua disposizione, scrivendomi o telefonandomi, troverai l’adeguata accoglienza al tuo problema, il luogo professionale adeguata e con la giusta competenza per poterlo affrontare da un punto di vista sia psicologico – psicoterapeutico che psicologico – giuridico. Devi dire basta alla violenza, non sei tu ad essere sbagliata/o, sei vittima di un subdolo lavaggio del cervello, di un controllo mentale distruttivo che se non verrà fermato ti produrrà dei danni irreversibili. Non è mai troppo tardi per dire basta fino a che purtroppo non è troppo tardi, quindi non aspettare, reagisci! Non aspettare che la situazione degeneri, il rischio che corri è molto pericoloso e te ne potrai rendere conto continuando a leggere la storia che il dott. Salvadori, sempre all’interno dello stesso articolo ci offre per descrivere ancora meglio il fenomeno. A volte non è possibile farcela da sola e chiedere un aiuto psicologico può essere determinante per non arrivare a rischiare la propria vita come è stato per la protagonista della storia che segue:

“Per far comprendere meglio il fenomeno, riporto qui di seguito parte di un articolo apparso su “Polizia Moderna”, rivista ufficiale della Polizia di Stato, che riguarda la storia di una donna vittima di violenze, fisiche e psicologiche, perpetrate dal coniuge. Nel racconto, veritiero, s’intravedono tutte le caratteristiche del gaslighting e dello stalking.
Questa la voce narrante di Marina e questa la sua terribile esperienza:
“Quando l’ho conosciuto pensavo che fosse la persona giusta, avevo ventotto anni ero più che convinta, pensavo che sarebbe stato l’uomo con cui avrei vissuto per sempre. Frequentavamo lo stesso corso di formazione, aveva sette anni più di me e viveva già da solo; è stato facile mettersi insieme, amarsi e decidere di avere un figlio”.
Era difficile allora per me vedere in lui quello che poi si sarebbe rivelato; era un uomo introverso, a parte questo non c’erano segnali evidenti di quello che sarebbe successo. Il bambino è stato voluto da tutti e due; quando gli dissi che era in arrivo sembrava contento ma dopo tre mesi di gravidanza ha cominciato a diventare insofferente e violento. Era iniziata la spirale della violenza, ma allora non potevo saperlo; criticava qualsiasi cosa facessi, e in poco tempo ero completamente condizionata dalla sua persona, dai suoi atteggiamenti e non ero più in grado di pensare liberamente. Solo quando sentiva di esagerare allora piangeva, si pentiva ma era, come poi ho capito, solo per ingannarmi tranquillizzandomi nel caso avessi deciso di reagire. Pensavo che resistendo la situazione sarebbe migliorata, invece ogni mio minimo comportamento o atteggiamento era un modo per denigrarmi, offendermi. Aveva cominciato anche a isolarmi, era infastidito se parlavo con i miei genitori o con i miei amici, ero diventata una sua proprietà, non esistevo come persona. Qualsiasi cosa dicessi non andava bene, mi accusava di non saper fare niente, neanche la madre. Ero sottoposta a un ricatto emotivo continuo: quando piangevo era contento. Poi cominciò con la violenza fisica, ricordo che qualche giorno prima del parto avevo un braccio completamente viola, mi disse di dire a chi avesse chiesto spiegazioni che ero caduta dalle scale.
Il problema della violenza è capire quello che ci sta succedendo: io non comprendevo quanto fosse grave quello che stavo sopportando. Vivevo la paura ma non riuscivo a reagire perché mi sentivo controllata nella mente e anche perché temevo che potesse vendicarsi sul bambino. I miei genitori sapevano tutto, ma non potevano aiutarmi concretamente perché la situazione non era chiara nemmeno a loro; pensavano che vivessi normali conflitti di una coppia. Credo di aver deciso di reagire dopo aver avuto un attacco di panico; in quel momento ho ripensato alle parole che mia madre mi aveva detto tanti anni prima, e cioè che spesso chi è vittima di violenza non sa di esserlo perché ne è troppo coinvolta. Da quel momento ho compreso chi fosse lui, un uomo violento che non potevo amare e che avevo sbagliato la mia scelta. Così l’ho lasciato, sono andata via di casa. Ma le cose sono peggiorate: ha cominciato a pedinarmi, a spiarmi, a telefonarmi a tutte le ore. Continuavo ancora a vivere nella paura. Sapevo perfettamente che non mi avrebbe lasciato in pace, sentivo questa continua pressione su di me. Non perdeva occasione per dirmi che io dovevo stare con lui per sempre, che non potevo sfuggirgli. Finché una sera non ha tentato di ammazzarmi. Allora l’ho denunciato. L’ho fatto anche se non è facile denunciare il padre del proprio figlio, ma non ne potevo più. Le accuse sono state maltrattamenti familiari, porto abusivo d’armi, violenza sessuale; lui mi aveva sempre detto che il suo comportamento era normale, che è così che ci si ama.”

LA SINDROME DA ALIENAZIONE PARENTALE

La fenomenologia relazionale patologica che verrà di seguito descritta si attiva nelle circostanze di separazione e viene utilizzata da uno dei due genitori, di solito l’affidatario, per distruggere agli occhi dei figli la figura dell’altro genitore. E’ una vera e propria programmazione finalizzata al lavaggio del cervello dei figli che alla fine cederanno perché, già sofferenti per la separazione dei genitori, temeranno di perdere anche il genitore al quale sono stati affidati. I danni che i minori ne ricaveranno possono essere devastanti.
Mi riservo, vista la complessità dell’argomento di approfondirlo in seguito.

MOBBING

A te che lavori. Devi sapere che di Mobbing si può anche morire. E’ una forma di terrorismo psicologico così destabilizzante da avere delle ripercussioni distruttive sulla vittima che vanno dalle malattie psicosomatiche invalidanti fino ad arrivare anche al rischio di suicidio. Non esitare a chiamarmi. Esci dalla tua condizione di vittimizzazione e reagisci. Chiedi aiuto ad un professionista che, come me, potrà aiutarti a stabilire delle strategie per affrontare e risolvere la situazione. Devi dire no a chi cerca di ledere i tuoi diritti all’integrità, alla salute e alla sicurezza approfittandosi del suo potere. Chiamami, o scrivimi, prenota una consulenza, torna ad essere padrone della tua vita e non più schiavo di una leadership malata, ferma la persecuzione prima che sia troppo tardi.3
Di seguito illustro il fenomeno sia da un punto di vista sia psicologico che giuridico e grazie al contributo di un magistrato che opera nel campo, fornisco anche una serie di riferimenti legislativi a tutela del lavoratore.
Esploreremo il fenomeno orientandoci grazie ai contributi di Harald Ege, uno dei massimi esperti del settore in Italia.
I sette parametri per il riconoscimento del Mobbing secondo la sua teorizzazione sono sette:
1 ambiente lavorativo: il conflitto deve svolgersi sul posto di lavoro;
2 frequenza: le azioni ostili devono accadere almeno alcune volte al mese
3 durata: il conflitto deve essere in corso da almeno sei mesi
4 tipo di azioni: le azioni subite devono essere le seguenti e ne devono essere presenti almeno due tra, attacchi ai contatti umani, isolamento sistematico, cambiamento delle mansioni, attacchi alla reputazione, violenza e minacce di violenza.
Per quanto riguarda gli attacchi ai contatti umani:
il suo capo limita le sue possibilità di esprimersi, viene sempre interrotto/a quando parla, altre persone limitano la sua possibilità di esprimersi.
Le si fa pressione con i metodi seguenti:
rimproveri e urla nei suoi confronti, continue critiche alle sue prestazioni, continue critiche alla sua vita privata, silenzi e minacce anonime al telefono, minacce verbali, minacce scritte.
Le è stato rifiutato il contatto nei modi seguenti:
sguardi e gesti con significato negativo, velate insinuazioni senza che le sia mai stato dichiarato nulla con chiarezza.
Per quanto riguarda l’isolamento sistematico:
non si parla con lei, nessuno accetta che lei gli rivolga la parola, le viene assegnato un luogo di lavoro dove si trova isolata dagli altri, ai colleghi è fatto divieto di parlare con lei, ci si comporta come se lei non ci fosse.
I cambiamenti delle mansioni:
non le viene dato nessun lavoro da svolgere, lei è costretta a stare sul luogo di lavoro senza svolgere alcuna attività, le vengono dati da svolgere lavori senza senso, le vengono affidati lavori nocivi per la salute, le vengono affidati compiti molto al di sotto delle sue capacità, le vengono cambiati in continuazione i lavori da svolgere, le vengono affidati lavori umilianti.
Attacchi alla reputazione:
si sparla alle sue spalle, si fanno circolare false voci su di lei, viene messa in ridicolo davanti agli altri, viene sospettata di avere problemi psichici, le vengono fatte pressioni affinchè si sottoponga a visita psichiatrica, ci si prende gioco dei suoi difetti, si imita il suo modo di camminare, la sua voce e i suoi gesti allo scopo di prenderla in giro,, si attaccano le sue convinzioni politiche o religiose, si attacca o si prende in giro la sua vita privata, si attacca o si prende in giro la sua provenienza, viene costretta a lavori che danneggiano la sua stima di sé, si valuta la sua prestazione in maniera sbagliata o umiliante, si mettono in dubbio le sue decisioni, si pronunciano parolacce oscene o altre espressioni umilianti, si fanno approcci od offerte sessuali in forma verbale.
Violenza e minacce di violenza:
viene costretta a svolgere lavori che nuocciono alla sua salute, viene costretta a svolgere lavori che nuocciono alla sua salute nonostante le sue condizioni di salute siano precarie, viene minacciata di violenza fisica, le si fanno atti di violenza minore (uno schiaffo o uno spintone), per darle una lezione, subisce violenza fisica più grave, le vengono procurati costi per danneggiarla, le vengono fatti danni nella sua casa o sul suo posto di lavoro, le vengono messe le mani addosso per scopi sessuali.
5 Dislivello tra gli antagonisti: la vittima è in una posizione costante di inferiorità
6 Andamento secondo fasi successive: la vicenda ha raggiunto almeno la seconda fase, ‘l’inizio del Mobbing’, descritta nel modello Ege a sei fasi :4
prima fase: il conflitto mirato, quando si mette in atto un’azione deliberata contro un lavoratore per danneggiarlo;
seconda fase: l’inizio del Mobbing, ora i conflitti, i disagi e i problemi vengono appositamente progettati, creati e perseguiti;
terza fase: primi sintomi psicosomatici, la situazione lavorativa ostile, che si trascina da anni, comincia a ripercuotersi sulla sua salute psicofisica e anche sulla sua vita privata e famigliare;
quarta fase: errori ed abusi dell’amministrazione del personale, subentra l’ufficializzazione del conflitto con l’entrata in gioco dei vertici aziendali, che prendono provvedimenti inadeguati, sbagliati o essi stessi abusivi nei confronti della vittima, a volte sono errori ma altre volte veri e propri abusi deliberati, prosecuzione logica dell’azione mobbizzante;
quinta fase: serio aggravamento della salute psicofisica della vittima, la quarta fase determina, con le sue azioni, l’aggravare delle condizioni di salute del lavoratore, trasformando la sintomatologia già presentatasi durante la terza fase in una vera e propria patologia conclamata e la vittima perde il controllo non solo sulla sua vicenda lavorativa ma anche sul suo benessere personale e sul suo stato di salute;
sesta fase: esclusione della vittima dal posto di lavoro, lo scopo ultimo del Mobbing è proprio questo, l’eliminazione della vittima designata dal posto di lavoro e se non si interviene, purtroppo, è proprio questo che inevitabilmente succedera.
7 intento persecutorio: che è forse il parametro più difficile da dimostrare, cioè che, nella vicenda è riscontrabile un disegno vessatorio coerente e finalizzato, composto da scopo politico, obiettivo conflittuale e carica emotiva e soggettiva. Lo scopo politico, è la motivazione del mobber; l’ obiettivo conflittuale, sono le varie azioni abreve termine che egli esegue per avvicinarsi allo scopo politico; la carica emotiva e soggettiva, rappresenta il fatto che il conflitto non è limitato alla sfera oggettiva ma sbanda verso il settore personale e privato.
Per quanto riguarda la normativa e gli aspetti legali del Mobbing vi invito a leggere l’articolo che segue scritto dal magistrato Pierguido Soprani, pubblicato nel Sole 24h, che ho ripreso dal sito www.edscuola.it:

Se sei titolare di uno studio legale, o se come individuo hai bisogno di un Consulente in ambito civile o penale per far valere i tuoi diritti, o sei titolare di Un’organizzazione e vuoi migliorare le sue prestazioni, allora visita la sez Servizi o contattami per ulteriori informazioni . Il Mio approccio psicologico clinico, psicoterapeutico e psicologico forense è integrato, ciò significa che da me troverai una risposta specifica alla tua particolare soluzione e il mio intervento sarà finalizzato ad affrontarla e risolverla nella sua complessità.

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